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cI fA mALe

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Oggi, quell’ammasso di particelle subatomiche che di fatto compone la mia amica, nella sua riflessione giusta, ma miseramente umana, ha sostenuto che le persone siano irrimediabilmente attratte da ciò che le ferisce.
A volte mi stupisce quanto sottile sia il ragionamento umano; ammettendo di essere attirati da quel che gli fa male, infatti, l’uomo cede, e s’inchina con finta devozione davanti a delle leggi interiori che sono per lui misteriose -quasi divine- e quindi incontrollabili. Nell’atto della resa è come se, implicitamente, la causa delle sofferenze fosse fatta derivare da una sorta di maledizione che perseguita il genere umano e che di conseguenza è immune ad una limitazione. In questi termini è come se ci arrendessimo d’innanzi a Dio e alla sua decisione di averci progettato “così”; questa “maledizione” però, a mio avviso, non è innata ed incontrollata ma, piuttosto, “autolanciata” e mascherata; se solo la mia amica fatta di atomi capisse che ciò che l’attrae è la sua immodesta ambizione forse si lamenterebbe di meno: la seduzione non deriva da è quel che potrebbe farci male ma, piuttosto, dall’idea megalomane – tipica dell’animale uomo- di sentirsi superiore, speciale, insomma, di essere proprio colui (o colei) che ce la farà a non soffrire (elevandosi di conseguenza su tutti quelli che hanno fallito prima). In caso di fallimento la colpa sarà di Dio e del suo averci progettato così, in caso di vittoria ci si sentirà superiori a tutti. Ora lo afferro: l’uomo non s’innamora nè dei premi nè delle sfide ma solamente dell’idea che si fa di sè quando s’immagina trionfante sugli altri! La persistenza con cui continua a fare fiasco (totalmente accecato dal su ego infinito) è talvolta imbarazzante ma, allo stesso tempo, piena di tenerezza. L’uomo è una bestia quasi intelligente mentre io…io sono soltanto atomi pensanti.

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uoMo

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Quanto è stupido l’animale
Uomo!
Prova piacere nella vendetta
e sorride,
mentre sferra il colpo.
Con finta cura nasconde,
peraltro malissimo,
quella smorfia che nessuno ha
mai
il coraggio di guardare
e che è degna dell’istante
prima di un orgasmo.

Ridicolo, poco evoluto, parziale
Uomo.

iL tEAtRo

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Oggi, con gran stupore, mi è sembrato di cogliermi come meno astratto.
Dopo un lungo periodo di latitanza sono tornato ad essere carne ed ossa e, quando accade, è come rinascere. Sfinito da quei giorni “di quattro mura” ho deciso di uscire e di percorrere i viali fioriti alla ricerca di me stesso. Fuori, il vento vellutato primaverile, era rosa con sfumature gialle ed il cielo di cristallo luccicava così intensamente da poterne intuirne il rumore. Dopo tanto tempo sembrava tutto così vero ed io, soldato di ritorno da una guerra mai esistita, galleggiavo… …ora, mentre scrivo a distanza di mezza giornata da quelle ore, ammetto mestamente di non essermi trovato ma, in compenso, ho assistito ad uno spettacolo teatrale. “Ingresso gratuito” diceva l’insegna. “Perché no?” ho risposto io.
…immersi nel buio del teatro gli spettatori non hanno volto. Attraverso centinaia di occhi, e da innumerevoli prospettive, sagome sconosciute osservano un attore attempato che sa fare il suo mestiere. Li invidio per cotanta pace e così, anche io, decido di abbandonarmi alle parole che mi giungono sicure dal palco. Mi diluisco nel nulla e divento automaticamente parte del tutto. Scompaio. Non esisto. In quel momento non c’è più un “io”, un “tu”, o un “lei”, non ci sono più persone, ma soltanto una singola pluralità. Il pubblico è una mente collettiva con il volto di buio ed è quasi come fare l’amore quando, d’improvviso, qualcuno mi distrae. Un colpo di tosse dell’anziana signora dietro di me spezza l’incantesimo. Coitus interruptus. Mi disconnetto dalla rete di cervelli, torno ad essere me. Solo me. È un trauma, sbatto le ciglia due volte. Ora è nuovamente la mia testa a guidare. D’istinto ed insensatamente mi accorgo di star pensando a quante facce possieda il protagonista dalle scarpe di pelle. “Se ogni poltrona mi dà modo di avere una visione differente del suo viso posso dire che ne abbia solo uno? Ma, soprattutto, quanti spettacoli esistono? Esiste un unico spettacolo? Ognuno dei posti numerati all’interno del teatro assiste una serata differente e quindi, contemporaneamente, si stanno svolgendo cento spettacoli?”. L’ubiquità non sembra più un mito agli occhi della mia masturbazione intellettiva e, mentre penso, non esisto. Per la seconda volta è quasi come fare l’amore quando, a fatica, decido di distrarmi da solo e di uscire dal fiume dei pensieri. Mi ricollego all’attore quasi fosse un server.
“Che silenzio aereo, quasi rarefatto! E’ il silenzio dell’essere tutto e quindi dell’essere niente”.
“Dev’essere questa la sensazione che prova un morto”.
“La morte è il teatro del niente”.
“La morte è quasi come fare l’amore”.
“Di nuovo”.

nON coM’é

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Vorrei tornassero al più presto quei momenti in cui la realtà sensibile mi sembrava una gabbia per ciechi, una prigione per ignoranti, un “avatar “della verità ultima. Quella bugia quotidiana era talmente ermetica da non lasciar gocciolare fuori nemmeno il pensiero e, solo ora che ho trovato il pertugio per uscirne, riesco ad apprezzarne l’idea. Quanto era stravagante e illusoria quella prospettiva, potrei dire fosse pienamente degna della superbia umana!
Nell’atto volontario di conoscere la realtà ed i suoi buchi ho ottenuto l’effetto contrario: l’ho disconosciuta. Mi chiedo perché io lo abbia fatto. Ho cercato così intensamente da perdere tutto, da non esistere più. Ora sono vuoto e nient’altro. Non ho forma, non ho odore, non ho consistenza e, quel che è ancora peggio, non ho mai letto, non ho mai scritto, non ho mai fatto l’amore o guardato un tramonto. Non ho mai fatto niente perché non sono mai stato niente e perché non c’è mai stato niente da poter fare.

Basta! Sono avvilito dal capire senza pensare, dal vedere senza aprire gli occhi, dal sentire senza ascoltare e dal ricordare senza esistere; vorrei che non fosse tutto vacuo, uguale a sé stesso e spietatamente consequenziale. Vorrei che tutto fosse umano e non com’è.

CiECo chE vEDe

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Perso nei meandri della nostalgia più insidiosa sento fisicamente il sapore di quelle notti d’estate in cui la realtà non s’era ancora palesata d’innanzi ai miei occhi. L’illusione positiva cerebrale, quella che dava un senso a tutto, è scomparsa con lentezza sadomasochista e non credo tornerà. Eccomi quindi seduto su di una scricchiolante “sedia in legno chiaro” a fissare distrattamente – ma molto accuratamente – volti che, composti da atomi, si dissolvono nella totalità circostante. Assisto inerme ed apaticamente ad abbracci tra ammassi di cellule intellettive che non s’incrociavano da tempo, a baci profondissimi tra molecole che girano ed al nulla che s’illude d’essere.
E’ tutto così insensato e non so a cosa aggrapparmi! Forse la mia ancora di salvezza, l’unica cosa realmente concreta dal momento in cui per concreto s’intenda ciò che sicuramente esiste, è il pensiero. E’ concreto perché è alla base della Bugia, de ”L’Inganno Consueto”, del finto universo che esiste solo per noi. Più volte mi sono interrogato sul perché io, sul perché questa prospettiva sia capitata a me. La risposta è che non lo so. So solo che vorrei essere un cieco che può decidere di non vedere, piuttosto che un cieco che vede, e che darei tutto, tranne la mia consapevolezza, in cambio dell’inconsapevolezza.