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Oggi, quell’ammasso di particelle subatomiche che di fatto compone la mia amica, nella sua riflessione giusta, ma miseramente umana, ha sostenuto che le persone siano irrimediabilmente attratte da ciò che le ferisce.
A volte mi stupisce quanto sottile sia il ragionamento umano; ammettendo di essere attirati da quel che gli fa male, infatti, l’uomo cede, e s’inchina con finta devozione davanti a delle leggi interiori che sono per lui misteriose -quasi divine- e quindi incontrollabili. Nell’atto della resa è come se, implicitamente, la causa delle sofferenze fosse fatta derivare da una sorta di maledizione che perseguita il genere umano e che di conseguenza è immune ad una limitazione. In questi termini è come se ci arrendessimo d’innanzi a Dio e alla sua decisione di averci progettato “così”; questa “maledizione” però, a mio avviso, non è innata ed incontrollata ma, piuttosto, “autolanciata” e mascherata; se solo la mia amica fatta di atomi capisse che ciò che l’attrae è la sua immodesta ambizione forse si lamenterebbe di meno: la seduzione non deriva da è quel che potrebbe farci male ma, piuttosto, dall’idea megalomane – tipica dell’animale uomo- di sentirsi superiore, speciale, insomma, di essere proprio colui (o colei) che ce la farà a non soffrire (elevandosi di conseguenza su tutti quelli che hanno fallito prima). In caso di fallimento la colpa sarà di Dio e del suo averci progettato così, in caso di vittoria ci si sentirà superiori a tutti. Ora lo afferro: l’uomo non s’innamora nè dei premi nè delle sfide ma solamente dell’idea che si fa di sè quando s’immagina trionfante sugli altri! La persistenza con cui continua a fare fiasco (totalmente accecato dal su ego infinito) è talvolta imbarazzante ma, allo stesso tempo, piena di tenerezza. L’uomo è una bestia quasi intelligente mentre io…io sono soltanto atomi pensanti.

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